Togliamo le maschere al Cyberbullismo

Progetto COVID-19

Spesso si sente parlare di Cyberbullo e Cybervittima, come protagonisti alle due estremità di atti di violenza: i primi attaccano senza limiti spazio-temporali, i secondi, più deboli, indifesi, senza che questi ultimi riescano a percepire da dove arrivino i colpi subiti, perché tutto avviene nel “Cyber-spazio”, illimitato e infinito, diverso dal mondo concreto e percettibile.

Il cyberbullo, rispetto al bullo, è un soggetto che nella vita reale potrebbe anche sembrare “innocuo”, ma che, dietro lo schermo del computer, perde tutti i propri freni inibitori assumendo nuove maschere, lasciandosi andare a comportamenti aggressivi, che, al di fuori della realtà telematica, non ha sempre il “coraggio di compiere”.

Cyberbullo, quindi, come colui che si copre dietro uno strumento per eccedere e sperimentare diverse identità. Un filtro, una maschera per nascondersi, per provare ad essere uno, nessuno, centomila, come ben illustrava Pirandello.

I nostri ragazzi, però, troppo spesso si sentono “nessuno” manifestando un’estrema difficoltà nel poter costruire una propria identità sana, perché “non visti”, oppure “omologati”, appiattiti dalle etichette e dagli stereotipi dettati dai social.

Nel tentativo di rappresentare il proprio Sé, pubblicano in rete tantissime immagini, “scatti di superficie”, che spesso fanno perdere il contatto con la vera identità, cadendo nell’abisso del vuoto identitario.

Dietro queste immagini, però, ci sono minori, profondamente soli, che hanno come proprie risorse solo strumenti esterni, carenti di “strumenti interni”.

Solo i “filtri digitali” permettono loro di poter essere visti, essere notati, avere un potere, e di esistere “paradossalmente” anche nell’anonimato, come avviene per i Cyberbulli.

Zimbardo si chiede se nascondere il proprio aspetto e “indossare” una maschera possa influenzare i comportamenti di relazione e se questo processo abbia una validità psicologica. Ebbene in situazioni in cui le persone si sentono anonime, come se nessuno si curasse di sapere chi sono come individui, si riduce il senso di responsabilità individuale, facilitando condotte riprovevoli e aggressive. Esistono dei meccanismi psicologici che fanno parte del lato oscuro dell’aggressività derivati dalla mancanza di responsabilizzazione e di colpevolezza per i propri atti deplorevoli e violenti.

Questi meccanismi sono dati dal “disimpegno morale” dell’aggressore, dalla de- umanizzazione della vittima che viene svalutata e considerata come un oggetto da colpire.

Nell’esaminare questi fenomeni vengono usate le solite etichette, ma non tutti i “cyber-bulli” e le “cyber-vittime” sono uguali, bisogna restituire alle “tipologie” una cornice relazionale e istituzionale, una specificità, una identità.

Togliere le maschere al Cyberbullismo vuol dire anche prendere atto, non solo della carenza di strumenti interni, ma di un altro elemento critico: l’evidenza di una disfunzione relazionale dei nostri ragazzi nel mondo reale.

Questi aspetti, da non sottovalutare, devono indurre tutte le agenzie educative, genitori, insegnanti, dirigenti e forze politiche, ad una presa di coscienza tale da ottimizzare i processi educativi.

Educazione al Sé, dunque, significa soprattutto formazione delle capacità introspettive, riuscire ad interrogarsi, guardarsi dentro, prendendo consapevolezza delle proprie fragilità e dei propri punti di forza, soprattutto attraverso la relazione sana con l’altro.

Educhiamo, quindi, aiutando a togliere l’anonimato, e soprattutto, rendendo unici i nostri ragazzi, liberi di poter esprimere le proprie sfumature nel mondo reale, senza dover ricorrere alle maschere virtuali per poter esserci.

 

Dr.ssa Tarantini Giorgia